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Morto il grande regista nipponico Shoehei Imamura Stampa E-mail
Scritto da Gruppo Creativo Telestreet Bari   
lunedì, 05 giugno 2006 00:00
E' morto alla fine di maggio il grande regista nipponico Shoehei Imamura, artista attento alla gente comune delle periferie. Il gruppo creativo Telestreetbari - Tv di strada soprattutto  -gli rende omaggio riportando alcuni articoli esaustivi apparsi sulla stampa:

IL Corriere della Sera
 p.43

E' morto Imamura, fu il Godard d' Oriente


Il maestro del cinema giapponese aveva 79 anni. Pioniere della Nouvelle Vague nipponica, vinse due volte la Palma d' oro a Cannes
E' stato il Godard d' Oriente, il pioniere della Nuberu Bagu, la nouvelle vague nipponica capace di rompere la compostezza formale e l' armonia tradizionali di quel cinema. E' stato il regista di un cinema dalla parte degli ultimi, la coscienza critica del Giappone, l' autore di storie di feroce realismo, di apologhi corrosivi, di immagini provocatorie per audacia e violenza. Shohei Imamura è morto l' altro ieri in un ospedale di Tokio, città dove era nato 79 anni fa. Considerato dopo la scomparsa di Kurosawa, il più significativo maestro dello schermo del suo Paese, è stato decorato ben due volte a Cannes con la Palma d' oro, nell' 83 per La ballata di Narayama, nel ' 97 con L' anguilla. Un privilegio che, oltre a lui, possono vantare solo Francis Ford Coppola, Bille August, Emir Kusturica, i fratelli Dardenne. Ma quel premio che fa tanta gola a tutti, non valse a scalzare il suo imperturbabile distacco. Unico caso nella storia del Festival francese, Imamura nell' 83 non venne a ritirare la sua Palma. Con impeccabile gentilezza mandò in sua vece un messaggio di ringraziamenti dove spiegava che, dirigendo una scuola di cinema, proprio in quei giorni era impegnato in una delle esercitazioni pratiche: piantare il riso con i suoi studenti. Un gesto che ben riassume il regista, attento da sempre agli aspetti più concreti della vita, vicino alla gente comune e dei bassifondi, prostitute, malviventi, emarginati, di cui apprezzava, come Pasolini, la «scandalosa vitalità». Un «altro» Giappone, da lui raccontato con la lucidità minuziosa di un entomologo e con la grottesca ironia di chi è intende scardinare regole e tabù. Folgorato sulla via del cinema da un film di Kurosawa, L' angelo ubriaco, Imamura è stato assistente di registi quali Kobayashi, Kawashima e il grande Ozu. Che però lasciò «per incompatibilità estetica». Il suo sguardo naturalistico lo porta negli anni ' 60 alla rilettura critica della storia del Giappone attraverso una serie di documentari alla ricerca di radici dimenticate. «Sono stato un testimone dell' americanizzazione del Giappone - amava ripetere - . Un cambiamento vertiginoso solo in superficie, di fondo l' anima del mio Paese resta antica». Il film che lo fa conoscere internazionalmente, nel ' 61, è Porci e corazzate (da noi tradotto nel più ammiccante Porci, geishe e marinai) ritratto al vetriolo dei marines ma anche dei giapponesi complici a riciclare gli avanzi degli yankee in cibo per maiali. Denunce impietose, scomode anche per il box office. Pochi i suoi titoli arrivati sui nostri schermi. Tra gli ultimi, Pioggia nera, sulle conseguenze del bombardamento su Hiroshima, e Dr.Akagi, satira antimilitarista allo humour nero, dove i funghi atomici si confondono e somigliano a cancri al fegato. Metafora forse profetica del cancro vero, al fegato naturalmente, che lo ha portato via.
Manin Giuseppina


Il Manifesto 31 maggio 2006
 pagina 14


Imamura
Da Hiroshima all'11/09/01 Filmografia di un ribelle
Imamura Shoei nasce il 15 settembre 1926 a Tokyo. Due volte palma d'oro al festival di Cannes - con L'anguilla (83) e La ballata di Narayama (97) - debutta alla regia nel 1958 con Desiderio rubato, e dal 1965 è anche produttore con la sua società. Seguono: Stazione Nishi Ginza (59); Desiderio inappagato (59); Fratello maggiore (61); Porci, geishe e marinai (63); Storia d'insetti giapponesi (64); Rosse intenzioni d'omicidio (66); Introduzione all'antropologia (67); L'evaporazione dell'uomo (68); Profondo desiderio degli dei (70); Storia del Giappone e del dopoguerra: la vita di Madame Onboro (71); Alla ricerca dei soldati dispersi (tv, 72); I pirati di Bubuan (tv, 73); Quelle persone partite da lontano; Mahomatsu torna al villaggio (tv, 75); Alla ricerca dei soldati dispersi II (tv, 79); La vendetta è mia (80); La ballata di Narayama (83) Zegen (Il ruffiano ( 87); Pioggia nera (89); L'anguilla (97); Dr.Akagi (98); Acqua tiepida sotto a un ponte rosso (2001); 11/09/01 (film collettivo, 2002)


Intervista a Imamuna
 
Le donne, chiave della realtà
Il movimento interno al suo cinema: la fiction spiega il reale ma anche lo influenza, il reale si apparenta sempre più alla fiction sino a convergere in essa.
L'unico modo per avvicinarsi alla realtà è attraverso una donna. Anche per suo tramite non si arriverà davvero sino in fondo; ma l'importante è non stare fermi, progredire in quella direzione. La straordinaria complessità ai limiti dell'incomprensibile della personalità femminile è un segnale in tal senso. Quando in Akai Satsui Sadako continua a negare l'evidenza nonostante il marito produca delle prove fotografiche delle azioni di cui l'accusa oppure quando, in Ningen joahat su, Hayakawa Sayo, la sorella di Yoshie, che ha avuto senz'altro una relazione col fidanzato della sorella si ostina a negarlo di fronte a tutti i testimoni; è questo il lato del carattere femminile che mi appassiona, mi fa venire voglia di fare film sulle donne.
Non di rado lei commette consapevolmente errori di sintassi, utilizza i falsi raccordi per far crescere l'emozione.
Mi capita spesso di preferire l'errore alla norma, lo trovo espressivamente più utile e più giusto. Talvolta sono necessità tecniche che determinano il carattere «sgrammaticato» di una sequenza la cui costruzione mi sta bene di mantenere così perché mi appare come l'unica convincente. Del resto pratico sovente un tipo di ellissi non omogeneo: non sai se sono passati 30 minuti, 3 mesi o 3 anni, se da Shinjuki ti trovi a Asakusa o se hai lasciato Tokyo.
I suoi personaggi hanno poco a che spartire con l'immagine che il Giappone vuol dare di sé. Ha avuto problemi con la censura ufficiale? E con quella, più subdola, dei produttori?
É capitato spesso che giudicassero troppo crude, violente o scandalose alcune scene dei miei film. In linea generale ho evitato di tagliare delle inquadrature promettendo di oscurare certi dettagli. L'intervento censorio più pesante è stato per Muhomatsu: la televisione non tollerava la tirata finale del protagonista contro il Tenno, l'imperatore, girata proprio davanti al nuovo palazzo imperiale costato cento miliardi di yen. I miei film televisivi non hanno comunque mai potuto entrare nel circuito d'essai. Il documentario Nippon sengo shi è stato acquistato dalla Toho che l'ha fatto uscire in versione tagliata per una settimana. Ma lo stesso è accaduto a Zogen, dicono che lo riprenderanno dopo l'estate.
(estratto da un' intervista a Imamura realizzata da Marco Müller, il manifesto 22/07/1987)


Le parti basse del Giappone
È morto a 79 anni il regista giapponese Shoei Imamura, autore di «Storia del dopoguerra giapponese» e di «La battaglia di Narayama». Ha vinto due palme d'oro a Cannes. Raccontò in stile «nouvelle vague», la scandalosa vitalità degli ultimi

Roberto Silvestri

Il suo dittico grottesco e espressionista d'esordio, Desiderio rubato e Desiderio infinito, opere prima e terza del 1958, lo rivelò già narratore iconoclasta, militante della «non integrazione», insofferente delle mitologie imperiali e mai riconciliato con un paese sempre più deformato dal consumismo e dalla forzata «americanizzazione». Un Giappone claustrofobico, visto dal basso, raccontato in prima persona singolare derelitta, con immagini apparentemente scisse e sconnesse, in realtà di densa potenza, resterà la sigla di un cinema sempre dalla parte di emarginati e irregolari, di chi viola ogni regola e tabù. Fino all'ultimo film uscito anche in Italia, Acqua tiepida sotto un ponte rosso (2000) e al suo episodio bellissimo nel film collettivo sull'11 settembre. «Voleva - scrisse Marco Muller - far affiorare il contadino che c'era in ogni proletario inurbato, il Giappone naturale sotto quello civile».
A 79 anni è morto a Tokyo, dove era nato il 15 settembre 1926, uno dei tre grandi stilisti della «nouvelle vague» giapponese degli anni cinquanta e sessanta, Shohei Imamura, vincitore di due palme d'oro a Cannes, nel 1983 con La battaglia di Narayama e nel 1997 con L'anguilla, premio che lo sorprese non poco, considerandola una sua operina minore. Due altre opere ebbero trionfali accoglienze sulla Croisette, Zeghen (Il padrone dei bordelli) e Pioggia nera, nel 1987 e 1989. La quinta edizione del Bergamo Film Meeting gli dedicò una importante retrospettiva negli anni 80 distribuendo in Italia i suoi lungometraggi più eccentrici e estremi. Il portoghese Paulo Rocha, nel 1995, filmò un rigoroso omaggio-documentario al suo collega. Nel '75 Immaura aveva fondato una pioneristica scuola per giovani cineasti, in un paese allora arretrato nell'educazione «pubblica» alle immagini. «Voglio coniugare con tutte le mie forze questi due problemi: le parti basse del corpo umano e le parti basse della struttura sociale su cui poggia saldamente la realtà quotidiana giapponese», così Imamura spiegava nel '65 la propria distanza dall'ortodossia, la volontà di osservare bene, anche se spesso da posizioni scomode, la centralità metropolitana, rivelando l'irrazionalismo, l'aritmicità delle passioni, che si nasconde dentro la modernità, la profonda solitudine, ma anche il senso di solidarietà di una comunità ancora primitiva.
Esperienza di teatro off off, una turbolenta giovinezza da rampollo borghese (padre fisico), laureato a Waseda, documentarista negli anni 70 si dedicò ai soldati giapponesi mai rientrati in patria dopo la guerra e alle «karayuki-san», le prostitute che li avevano seguiti in tutta l' Asia), alla Shochiku dal 1951, fu assistente di Ozu, Kobayashi e Kawashima, e poi sceneggiatore. E, assieme a altri due suoi colleghi politicamente di estrema sinistra, Masahiro Shinoda e Nagisa Oshima, sarà il nemico acerrimo e lo sgretolatore, dalla fine degli anni 50, proprio della classicità formale e degli inossidabili valori culturali di un immaginario congelato, basato su «generi» immodificabili e sulla centralità «economica» dello studio. Invece la sua versione 1983 di Narayama bushiko ('83), dal romanzo di Shichiro Fukazara, su un'usanza di villaggio che condanna i vecchi a salire su una sacra montagna, quando stanno per morire, a differenza della prima versione «teatrale» di Keisuke Kinoshita, lui vorrà girarla, in circostanze logistiche impossibili, nei luoghi stessi dell'azione, in uno sperduto villaggio...
Quella generazione di giovani cineasti, più cosmopolita che rampante, approfittò così della crisi dello studio system, e dell'insofferenza, anche da parte del pubblico giovanile delle metropoli, per il vecchio stile e gli usurati temi e eroi e le eroine dei giganti del cinema consolatorio pre e post bellico (Ozu, Mizoguchi, Naruse, Kurosawa...). E Imamura, in particolare, attraverso opere di realismo e strafottenza sfegatata, di naturalismo estremamente formalizzato, basta ricordarne alcuni titoli (Cronaca entomologica giapponese, '63; Rosso desiderio d'omicio, '64; Introduzione all'antropologia, '66, Il secondo fratello, Porci gheishe e marinai, '61) seppe penetrare ben sotto la superficie dell'alta freddezza segnica nipponica per svelare l'energia, la violenza e la sensualità rimossa e nascosta, e incorporare gli aspetti più primitivi e spontanei delle classi sociali povere, dei proletari e sottoproletari della nuova urbanizzazione e soprattutto delle donne, mai così forti, determinate, aggressive e ribelli. Sciamani, coreani, casalinghe inquiete, truffatori, prostitute, registi porno, attori girovaghi, donne violentate che si avvinghiano al proprio violentatore, ninfomani crudeli, erano i protagonisti di storie ardite di sovravvivenza, di uomini che «svaniscono» (Evaporazione di un uomo, '67), di perversione sacrilega (Il profondo desiderio degli dei, '68) tra visionarietà fantastica e cinema-verità, che non disdegnavano i temi tabù, l'incesto, la criminalità adolescenziale e la superstizione. Altro che ferreo idealismo samurai: i suoi frammenti di popolo minuto, di «shomin», erano innocenti, egoisti, lussuriosi, mai morali, spontanei. Dal 1966 Imamura riesce a diventare un cineasta indipendente, non più sottoposto al duro regime censorio delle major (lo subirono sia Suzuki che Oshima) ma sarà costretto per un decennio alla sola televisione, prima del trionfale ritorno con il giallo La vendetta è mia (1979) e l'affresco storico Non fa niente (1981)

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