Ricevo e forwardo volentieri, dal mio amico musicista Isaac, questo articolo sulla musica a mio parere molto interessante che sottopongo alla vostra attenzione. Se qualcuno dovesse già averlo letto vorrà perdonarmi. Grazie a voi e grazie a Isaac!
franz falanga
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"Più applausi per la musica classica"
Alex Ross è critico musicale del New Yorker.
Questo articolo è la riduzione, pubblicata dal Guardian, di una lezione per la Royal Philarmonic Society, intitolata Inventing and reinventing the classical concert.
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Nell’autunno scorso la Casa Bianca ha organizzato un concerto di musica classica. All’inizio della serata, il presidente Obama ha detto. “Se alcuni di voi non hanno molta familiarità con questa musica e non sanno quando applaudire, non preoccupatevi, a quanto pare il presidente Kennedy aveva lo stesso problema. Con Jackie organizzavano molti concerti, e più di una volta lui attaccò ad applaudire al momento sbagliato. Cosi una sua assistente trovò una soluzione: gli faceva un segnale da dietro una porta semichiusa. Per fortuna io posso contare su Michelle. Ma voi dovrete cavarvela da soli”.
Obama stava ironizzando sulla regola per cui si può applaudire solo dopo che sono stati suonati tutti i movimenti di una composizione. Nessun altro aspetto del moderno rituale concertistico provoca tanta confusione. Il problema non è tanto la complessità della regola, così arcana che perfino un laureato in legge diventato presidente non riesce a capirla. E’ piuttosto il fatto che la musica e l’etichetta, a volte, sono in contrasto. Le fragorose code del primo movimento dell’Imperatore di Beethoven e del terzo movimento della Patetica di Tchaikovsky chiamano l’applauso, anzi lo invocano. La parola “applauso” viene dal latino plaudite, che chiudeva le commedie dell’antica Roma. Gli accordi parossistici di Beethoven e Tchaikovsky sono l’equivalente musicale del plaudite, sembrano quasi mimare il battito delle mani.
Kennedy, se applaudiva al momento “sbagliato”, stava intuitivamente seguendo le indicazioni della partitura. E questo spiega perché la questione mette tanto in ansia i profani: sembra addirittura che proprio il terrore dell’applauso sbagliato scoraggi le persone dall’andare ai concerti (anche se forse è solo una scusa). I bambini, poi, sono un problema a parte. Nei libri distribuiti dalle associazioni che si occupano di educazione musicale, uno degli obiettivi principali è sopprimere l’entusiasmo dei più piccoli. I programmi dei concerti a volte contengono delle liste di comandamenti degne del monte Sinai: “Non applaudirai tra i movimenti delle sinfonie o di altre composizioni elencate in questo programma”. E applaudire è tutto quello che potete permettervi: “Un applauso decoroso è l’unica reazione accettabile da parte del pubblico”.
Il messaggio implicito di questo protocollo è: “Metti un frano all’entusiasmo. Niente eccessi”. Come stupirsi, allora, se le persone mostrano meno passione di una volta per la musica classica? L’etichetta è solo una parte del complesso dilemma sociale in cui questo tipo di musica si trova oggi. Eppure non posso fare a meno d’interrogarmi sugli effetti a lungo termine del divieto di applauso, come m’interrogo sulle altre stranezze del mondo concertistico: gli abiti che sembrano di un secolo fa, l’illuminazione da centro congressi, la violenta anaffettività di molti musicisti professionisti.
Non è facile capire se bisogna cambiare qualcosa, e non me la sento di dare delle regole: per come la vedo io, il limite principale del rituale legato alla musica classica è proprio il suo carattere prescrittivo. Sottintende che tutti i capolavori musicali sono, in sostanza, uguali e possono essere collocati su un unico piedistallo. A me piacerebbe un atteggiamento più flessibile, in cui la natura dell’opera detta la natura dell’esibizione e, di conseguenza, la reazione del pubblico.
I concerti del settecento erano molto diversi dagli spettacoli cauti e posati di oggi, come dimostra una lettera che Mozart scrisse al padre dopo la prima della sua sinfonia Parigina: “Proprio a metà del primo allegro c’era un passaggio che sapevo sarebbe piaciuto, e tutto il pubblico è andato in visibilio. E poiché sapevo, scrivendo quel passaggio, che avrebbe fatto un ottimo effetto, l’ho inserito di nuovo alla fine del movimento, e infatti le grida sono ricominciate: da capo”. Questo tipo di comportamento fa pensare a un jazz club, dove le persone applaudono dopo ogni assolo, oltre che alla fine di ogni brano.
Poi, in epoca romantica, i compositori cominciarono a respingere il concetto di musica come travolgente fonte d’intrattenimento. Schumann, per mano del suo alter ego Florestan, scriveva: “per anni ho sognato di organizzare concerti per i sordomuti, cosi da permettere alle persone di imparare da loro come ci si comporta ai concerti, soprattutto quelli belli. Bisognerebbe trasformarsi in pagode di pietra”. Mendelssohn, nella sua sinfonia Scozzese, precisava che l’opera doveva essere suonata senza pause, per evitare “le solite, lunghe interruzioni”.
Wagner ha avuto un ruolo cruciale, anche se involontario, nella trasformazione del comportamento del pubblico. Alla prima del Parsifal, nel 1882, chiese che non ci fossero chiamate dopo il secondo atto per non “smorzare l’effetto”. Il pubblico, però fraintese le sue indicazioni e pensò che non si dovesse applaudire per niente. Un silenzio tombale accolse la fine dell’opera. “E’ piaciuta o no?”, chiedeva preoccupato Wagner. Due settimane dopo, sgusciò in un palco per guardare la scena delle fanciulle-fiore. Quando, alla fine, gridò “bravo!”, fu zittito. I wagneriani – e la cosa era preoccupante – prendevano sul serio il loro maestro più di quanto faceva lui.
Nei primi decenni del novecento gli applausi tra i movimenti di una sinfonia erano ancora comuni. Al debutto londinese della sua prima sinfonia, Elgar fu chiamato alla ribalta alla fine del primo movimento. Ma alcuni musicisti e critici tedeschi avevano cominciato a promuovere un codice del silenzio “alla Bayreuth”. Uno dei pionieri fu Hermann Abendroth: a Lubecca, dove tra il 1905 e il 1911 era direttore stabile, chiedeva al pubblico di non applaudire tra i movimenti. Negli anni venti i direttori che scoraggiavano gli eccessi di battimani erano diventati più numerosi. All’inizio molti spettatori disobbedirono a quella che consideravano una manifestazione di arroganza da parte di alcuni direttori superstar. Il critico musicale del New York Times, Olin Downes, negli anni trenta e quaranta si batté contro il divieto. Commentando il gesto di disapprovazione che il direttore d’orchestra Sergej Kusevitskij aveva rivolto al pubblico, colpevole di aver applaudito dopo il terzo movimento della Patetica di Beethoven, Downes scrisse: “che atteggiamento antimusicale! Snobismo puro!”.
Naturalmente ci sono delle eccezioni. In molti casi il divieto si sposa bene con la musica. Per esempio, non applaudirei mai tra i movimenti del Quartetto per la fine del tempo di Olivier Messiaen. Ma in altri casi, la regola ha effetti perversi. Il pianista Emanuel Ax, che non è certo un esibizionista, osserva sul suo sito: “Mi sento sempre colto alla sprovvista quando, dopo il primo movimento di un concerto pieno di energia, passione e virtuosismo (per esempio quelli di Beethoven e di Brahms), sento solo un debole fruscio di vestiti interrotto da qualche colpo di tosse. L’immensa forza della musica dovrebbe scatenare una reazione selvaggia”. Quello che sente Ax è il rumore di persone che sopprimono i loro istinti.
Peggio ancora è il rumore di chi stronca sul nascere i tentativi di applauso. Chi applaude al momento “sbagliato” probabilmente non va spesso ai concerti. Magari quella è la sua prima esperienze. Dopo essere stato zittito, potrebbe decidere che sarà l’ultima.
Inoltre chi zittisce è a sua volta romoroso. Spesso mi capita di sentire uno “shhh!” lanciato da un angolo della sala senza capire cosa può averlo provocato. Per ironia della sorte, questi presunti tutori dell’ordine sono più importuni dei bersagli dei loro virtuosi rimproveri.
E se aspettarsi il silenzio totale in uno spazio pubblico fosse innaturale? Se avessimo imposto alle sale da concerto il tipo di ascolto che sperimentiamo a casa? Seduti davanti ai nostri stereo, ci siamo abituati a brevi intervalli di silenzio tra i brani degli album. E questo potrebbe spiegare perché la resistenza al divieto si è spenta cosi rapidamente. Le persone hanno cominciato a riunirsi nei luoghi pubblici per vivere un’esperienza intima, solitaria. Se una volta gli ascoltatori si abbandonavano alla forza della musica, ora la musica sembra sopraffarli, come un impetuoso fenomeno meteorologico che sfugge al loro controllo.
Negli anni venti, in pieno dibattito sugli applausi, il pianista e direttore Osip Gabrilovic disse: “E’ sbagliato credere di aver fatto la propria parte comprando il biglietto”. Quello che voleva dire è che tra pubblico e interpreti dovrebbe esserci uno scambio maggiore. Troppo spesso la passività del pubblico è scambiata per noia e i musicisti mostrano un eccessivo distacco. I membri delle orchestre statunitensi, per esempio, sembrano specializzati nell’arte di non lasciar trapelare emozioni. La musica coinvolge la mente e il corpo, e molti classici sono animati da ritmi di danza. La musica classica come la conosciamo oggi, invece, sembra reprimere il corpo.
Pur amando la musica classica, faccio parte della cosiddetta “generazione X”. Secondo alcune agghiaccianti statistiche pubblicate di recente dalla League of american orchestras, la mia generazione non ha ancora manifestato l’interesse per la musica classica che, fino a poco tempo fa, era tipico della mezza età. I miei compagni di college erano persone incredibilmente brillanti, con la passione per l’arte, la letteratura e il cinema. Quasi nessuno però s’intendeva di musica classica. Quando ora gli propongo un concerto, sembrano felici di accompagnarmi, mal alla fine mi sembrano sempre un po’ delusi. La musica gli piace, è la serata in sé a lasciarli insoddisfatti. Mi chiedo se ci sia un modo per trasformare questa reazione tiepida in amore.
Le soluzioni proposte per rendere meno ostica la musica classica non mancano: luci teatrali sul palco, video, apparecchi portatili che forniscono spiegazioni, inviti a commentare su Twitter e via dicendo. Quasi tutte mi lasciano perplesso, perché distruggono uno dei tratti più caratteristici delle sale da concerto: la loro natura essenzialmente non elettronica. In questa società in cui la tecnologia satura ogni attimo della nostra vita, abbandonarsi alle proprietà naturali del suono può diventare un’esperienza quasi spirituale.
Forse i concerti dovrebbero recuperare le caratteristiche del passato, ridiventare spettacoli locali, legati alla comunità. Le istituzioni potrebbero rafforzare il legame tra pubblico e interpreti proponendo una breve introduzione all’inizio dei concerti, un momento di discussione dopo e, soprattutto, allentando i divieti. Sono d’accordo con Ax quando dice: “Penso che se non esistessero regole sugli applausi, il pubblico reagirebbe quasi sempre nel modo giusto”. Allo stesso tempo, però il pubblico ha troppo spesso un atteggiamento annoiato, superficiale. Non diamo il giusto peso alla misteriosa presenza della musica. Abbiamo troppi motivi di distrazione. E’ davvero scoraggiante vedere le persone con la testa infilata nei programmi di sala. Perché non proviamo ad abbassare le luci e puntiamo i riflettori sui musicisti?
Molti si chiedono se la musica classica non sia diventata troppo seria. Io, invece a volte mi chiedo se lo sia abbastanza. Certo, ha acquisito una patina di solennità, ma spesso quella patina serve solo a nascondere una gran monotonia. Vorrei che le sale da concerto diventassero luoghi più vivaci, più imprevedibili, in balia delle personalità infinitamente diverse di compositori e interpreti. Il grande paradosso della vita musicale moderna, e questo vale sia per la musica classica sia per il pop, è che veneriamo i nostri idoli e al tempo stesso li reprimiamo. Li costringiamo a calarsi in ruoli crudelmente limitati: quel gruppo rock deve farci scatenare, quel compositore deve nobilitarci. Il sublime Mozart e i trasgressivi Rolling Stones. E se invece un gruppo rock volesse farci pensare, e un compositore farci ballare? La musica dovrebbe essere qualcosa che ci sorprende ogni volta.